Da Isiolo verso Nord
13 Apr 2017

Da Isiolo verso Nord

13 Apr 2017

Da Isiolo verso Nord

 

 
Se i volontari vanno al parco del Samburu o per altre ragioni
viaggiano verso nord, si rendono conto con chiarezza di come
l’ambiente diventi sempre più arido e secco man mano che si procede
verso settentrione.
Di pari passo con la diminuzione delle precipitazioni e con
l’inospitalità del terreno, va anche il livello di povertà della
popolazione: più si procede verso nord e più la gente è povera. Questo
fatto è legato prima di tutto al fatto che l’agricoltura diventa
sempre meno produttiva fino a diventare impossibile nelle regioni più
settentrionali dove non c’è acqua.
Altro elemento di grande importanza nella genesi della povertà al nord
è il fatto che i gruppi tribali che lo abitano sono per lo più nomadi
e dediti alla pastorizia: essi dipendono completamente dall’andamento
delle precipitazioni e stanno in una località finchè ci sono pascoli,
dopo di chè migrano con le loro mandrie di mucche o cammelli alla
ricerca di erba, di pozzi o di piccoli corsi d’acqua.
Questa è anche la ragione per cui al nord molta gente ancora abita in
“manyatta”, cioè in piccole capanne fatte di pelli di cammello e
fango: sono delle specie di basse “tende canadesi” in cui c’è spazio
solo per dormire, in quanto la vita sociale avviene tutta al di fuori:
si cucina fuori, si mangia fuori, ci si siede attorno al fuoco la sera
fuori della capanna. Inoltre la “manyatta” è facile da smantellare e
da sostare sul dorso di un cammello.
Più si va a nord e più aumenta il tasso di bambini che non vanno a
scuola per le stesse ragioni sociali che ho elencato sopra: i genitori
sono poveri e non possono permettersi di pagare le spese scolastiche;
loro stessi non sono mai andati a scuola e quindi non comprendono
l’importanza della formazione; inoltre, trattandosi di tribù nomadi, è
alquanto difficile che i bambini possano seguire un intero anno
scolastico in una stessa scuola. I figli sono inoltre una importante
forza lavoro per la mandria della famiglia, e molti genitori non se ne
vogliono privare.
Abbiamo molti pazienti del nord che scelgono Chaaria per i loro
problemi di salute. E’ bello accoglierli nei loro vestiti
tradizionali, con il loro inseparabile pugnale al fianco e con la
miriade di collanine che portano al collo.
Spesso abbiamo enormi problemi di comunicazione perchè molti di loro
non hanno alcuna conoscenza del Kiswahili, ed il nostro staff non
conosce le loro lingue: dobbiamo quindi ricorrere all’espediente di
ricoverarli insieme ad un loro parente che ci possa fare da
interprete.
I pazienti del nord sono in genere molto riconoscenti per i nostri
servizi ed apprezzano davvero il nostro ospedale. Abbiamo persone da
North Horr o da Moyale, a circa 600 chilometri di strada sterrata da
noi; non sappiamo come mai scelgano Chaaria e si imbarchino in viaggi
tanti lunghi e pericolosi: è sicuramente il passaparola tra pazienti
che si sono trovati bene da noi.
Molti di loro (soprattutto da Isiolo, Marsabit, Moyale, Garissa o
Wajir) sono di religione musulmana, ma ho in genere sempre trovato
persone moderate e piene di rispetto anche per l’identità cristiana
del nostro ospedale.
Le popolazioni nomadi per lo più sono di religione animista: essi non
hanno mai sentito parlare di cristianesimo o di islam, o semplicemente
a loro non interessa, perchè essi seguono le tradizioni dei loro padri
e venerano gli spiriti dei propri antenati. Domenica scorsa è successo
un fatto carino prima della messa in ospedale: normalmente io chiamo i
malati che lo desiderano a prendere posto a sedere prima dell’inizio
della funzione; naturalmente rispetto quelli che sono di religioni
diverse e perciò sempre chiedo a loro se sono cristiani o meno. Sono
arrivato vicino ad un ragazzo di etnia Rendille che avevo operato il
giorno prima per una sindrome di Dupuytren, e gli ho chiesto in
Kiswahili se era un cristiano. Lui non conosceva benissimo la lingua,
ma ha certamente intuito il senso della mia domanda e mi ha risposto:
“io sono semplicemente un Rendille”. La sua risposta mi ha fatto
sorridere e mi ha aiutato a capire che molti dei nostri malati delle
popolazioni nomadi neppure sanno che cosa siano le nostre religioni
istituzionali.
Le popolazioni del nord, pur essendo più povere, hanno uno
spiccatissimo senso della famiglia e normalmente i membri del clan
sono assai vicini ai loro malati: mentre è relativamente frequente che
una persona proveniente dalla regione del Meru venga completamente
abbandonata in ospedale ed alla fine anche sepolta nella fossa comune
perchè nessuno mai viene a fargli visita, ciò non accade mai con i
malati del nord: se li dimettiamo, i parenti vengono subito; lo stesso
accade nel caso di un cadavere. Non ho mai dovuto seppellire un
defunto del nord perchè abbandonato in ospedale… anzi, i musulmani
cercano di venire a prendere il corpo e di seppellirlo prima del
tramonto, come prescritto dalla loro religione. A volte onorano il
cadavere con abluzioni rituali e con olii profumati, e noi
naturalmente non ci opponiamo.
Le stesse popolazioni del nord sono anche falcidiate da malattie che
in altre parti del Kenya sono più rare: a mio giudizio per esempio è
in corso una vera epidemia di carcinomi dell’esofago in quelle
popolazioni, dato inconfutabile ma di cui non riesco a dare una
spiegazione: persone a volte ancora giovani si presentano a noi con
forme di tumore molto avanzate ed inoperabili che impediscono loro di
nutrirsi e di bere. Nessuno però ne conosce la causa, e, a quanto
pare, nessuno se ne interessa davvero anche dopo le mie insistenti
segnalazioni.
Ci sono poi altre malattie infettive che sono tipiche di quelle zone e
di quelle popolazioni: per esempio la maduromicosi, una micosi
profonda difficilissima da curare sia con terapia medica che con
approccio chirurgico; oppure la cisti da echinococco: in questo caso
la malattia pare legata al fatto che queste popolazione vivono con
molti cani che sono i portatori della malattia.
Il nord è certamente una delle aree più povere del Kenya.
E’ difficile lavorarci, sia per le condizioni climatiche, sia per il
fatto che le popolazioni si spostano continuamente: al nord ci
vorrebbero cliniche mobili in grado di seguire i movimenti delle
popolazioni, più che ospedali stanziali (così ha fatto a suo tempo
Annalena Tonelli con le sue cliniche per la TBC).
Il nord purtroppo è anche una zona di frequenti scontri tra gruppi
etnici diversi, e la ragione più frequente di queste scaramucce è
solitamente l’acqua: patrimonio universale del genere umano ma molto
scarso nel nord del Kenya. L’acqua serve alle popolazioni dedite
all’agricoltura per la coltivazioni, ma essa è necessaria anche per
abbeverare il bestiame delle tribù pastoralizie. Si lotta quindi per
il controllo dei pozzi, oppure ci si scontra perchè i contadini hanno
coltivato, ma le loro terre sono invase da mandrie affamate.
Spesso a settentrione già si avvera la previsione di Padre Alex
Zanotelli quando diceva che in futuro le guerre saranno combattute
soprattutto per il controllo delle riserve idriche.
Fr Beppe

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