Impotenza
21 Ago 2017

Impotenza

21 Ago 2017

 

Impotenza

 

 

Abbiamo ricoverato la piccola Kendi alle 8 in punto.
Ha circa nove mesi di vita, e pesera’ sui cinque chilogrammi; ma forse meno.
La mamma continua a piangere di fronte al corpicino della sua piccola,
continuamente scosso dalle convulsioni, e rovente come acqua in
ebollizione.
Il valium, somministrato per retto alla bimba per ben due volte, non
e’ servito a nulla e Kendi continua ad essere “agitata” da movimenti
grotteschi della bocca, degli occhi e degli arti. Con cadenza quasi
ritmica si inarca sulla schiena e diventa simile ad un semicerchio.
Non e’ cosciente ma, a vederla cosi’, pare che debba provare un sacco
di dolore. Respira malamente, come se avesse una pentola a pressione
nel torace.
Ho paura, ma ordino ugualmente che le si faccia del barbiturico in
vena. Lo so che c’e’ il rischio che smetta di respirare a causa del
sinergismo con il valium; ma, se non agiamo in tutta fretta, il suo
cervello verra’ ridotto in poltiglia dai prolungati attacchi
epilettici.
Gli infermieri mostrano qualche esitazione di fronte alla mia
prescrizione, ma non fanno obiezione di coscienza a priori, e, dopo un
breve dialogo, mi offrono piena collaborazione.
La madre si dispera e mi dice che e’ la prima volta che capita, e che
la bimba non e’ epilettica.
“Lo so; e’ la malaria che causa tutto questo, e la febbre altissima fa
anche lei la sua parte”.
Pochi minuti dopo l’iniezione in vena, Kendi si assopisce; il respiro
rimane stertoroso, ma si fa piu’ regolare. Le faccio iniettareare del
lasix per scaricare un po’ quei polmoni cosi’ congesti, e mi preparo
per la puntura lombare.
Non c’e’ rigidita’ nucale, ma a volte nei pazienti pediatrici la
meningite puo’ presentarsi in modo veramente subdolo.
Ora la malata e’ rilassata grazie al fenobarbitone, e possiamo
flettere in avanti la sua colonna vertebrale, ottenendo quindi una
posizione ideale per la delicata procedura invasiva.
Infilo l’ago tra due delle sue piccole vertebre, e Kendi non reagisce.
“Il coma deve essere molto profondo se ha una tale insensibilita’ agli
stimoli dolorifici”, mugugno rivolgendomi all’assistente.
Basta che io entri per poco piu’ di un centimetro ed il liquido dalle
sue meningi comincia a gocciolare pian piano dentro le mie provette.
Lo osservo con attenzione.
Anche la madre guarda sbigottita e paralizzata. Credo che per lei sia
durissimo accettare di vedere la sua Kendi con un ago nella schiena…
ma, allo stesso tempo, non vuole uscire dalla camera. Vuole
assolutamente vedere quello che le facciamo!
Il liquido e’ limpido e non esce con pressione aumentata: “non credo
che si tratti di meningite; ma proviamo comunque  a far la ricerca
della TBC. Sappiamo quanto sia frequente al giorno d’oggi”.
Nel frattempo, visto che la “goccia spessa” e’ risultata positiva,
iniziamo con il chinino in vena.
In laboratorio sono molto efficienti ed abbiamo il risultato in meno
di mezz’ora: puntura lombare negativa. Si tratta di malaria cerebrale.
Questo mi fa ben sperare, perche’ i bambini rispondono
straordinariamente al chinino e spesso sono “svegli” gia’ dopo la
terza dose. Dico alla mamma che l’indomani la bellissima Kendi le
avrebbe sorriso nuovamente, e si sarebbe attaccata al suo seno ora
turgido e dolente.
La donna pende dalle mie labbra; vuole credere in cio’ che affermo,
anche se i suoi occhi tristi mi dimostrano chiaramente che nutre
moltissimi dubbi al riguardo. D’altra parte le terribili condizioni
generali della malata giustificano pienamente le sue riserve.
Le cose pero’ non vanno come pensavo io, e gradualmente mi rendo conto
di aver illuso quella madre.
La malaria e’ sempre traditrice.
Kendi riprende quasi subito con le crisi epilettiche, e dobbiamo
metterle del valium in infusione continua. Lo facciamo scendere “in
doppia via” con il chinino.
Le convulsioni si calmano un po’ grazie al nuovo farmaco, ma le
ritmiche contrazioni delle labbra e degli occhi vanno avanti
imperterrite.
Il torace poi ricomincia a gorgogliare: le somministriamo del lasix,
ma la piccola non urina affatto.
Intanto anche la sua glicemia scende a livelli pericolosi, e dobbiamo
intervenire con glucosio per tamponare un possibile coma ipoglicemico.
Certo Kendi e’ gia’ in coma, ma sappiamo quanto velocemente i bassi
livelli glicemici potrebbero ucciderla!
La madre non piange piu’. Ormai guarda  il vuoto con occhio fisso e assente.
Mi allontano, cercando di dare un po’ di attenzione anche agli altri
malati; ma quella disperata signora sa dove si trova il mio
ambulatorio… viene e bussa nuovamente: “Kendi sta vomitando del
materiale nero come il carbone!”
“Questa non ci voleva – penso tra me – tutte le volte che capita una
emorragia gastrointestinale nel piccolissimi, poi non si riesce piu’ a
salvarli”.
Mi faccio vedere forte, e l’assicuro che lo zantac risolvera’ il
problema… ma sono cosciente di mentire!
Passa poco piu’ di mezz’ora ed ancora la donna torna a chiamarmi:
“Kendi non riesce respirare”.
“Lo so bene, ma cosa posso farci – rimugino nuovamente in silenzio –
non ha risposto al lasix. E’ in blocco renale, e non abbiamo la
dialisi”.
“Le mettiamo dell’ossigeno, e vedrai che migliorera’”, affermo in modo
concitato… ma non so se mi abbia creduto.
Rimango con lei alcuni minuti, ed e’ evidente che Kendi sta andando in cielo.
Lo so io, ma ne e’ cosciente pure la madre, anche se non me lo sa
dire. Si aggrappa al mio braccio e mi dice: “dottore, fa’ qualcosa”.
Io mi sento inutile e “buono a nulla”. Ho sparato tutte le mie
cartucce, e non so piu’ cosa somministrale.
Prescrivo tutti i farmaci di rianimazione disponibili qui a Chaaria,
ma la malata tira dei repironi sempre piu’ lunghi e sempre piu’
diradati. Poi contrae i muscoli della faccia in una smorfia
angosciante; estende braccia e gambe in una estrema e prolungataa
contrazione… e ci lascia.
Il suo volto si rilassa, i suoi muscoli si detendono, e dalla sua
bocca esce copiosamente del materiale nerastro che dal letto cola sul
pavimento.
La mamma la tocca due volte; poi si gira verso di me, attendendo una
conferma a cio’ che gia’ sa.
Io non parlo. e semplicemente faccio un segno di diniego muovendo
impercettibilmente la testa.
Lei capisce tutto; si rotola sul pavimento disperata, ed urla a piu’ non posso.
Dico agli infermieri di starle vicino e di lasciarla piangere per
tutto il tempo che voleva.
Io mi sento impotente e fallimentare, come tutte le volte in cui non
riesco a salvare un paziente.
Mi allontano senza proferire verbo, e cerco di ricompormi per il
cesareo che mi aspetta in sala operatoria.

Fr Beppe Gaido

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