Gli occhi delle mamme
24 Lug 2017

Gli occhi delle mamme

24 Lug 2017

Gli occhi delle mamme

 

 

La mamma è in piedi alle mie spalle ad una manciata di centimetri da me.
Sento sul collo il suo respiro pesante e avverto addirittura il calore
che emana dalla sua pelle. Mi guarda ansiosa ed implorante: i suoi
occhioni neri compiono una continua gimkana tra me ed il suo bimbo che
sto cercando di rianimare sul fasciatoio. Qualche volta lascia che la
sua spalla sfiori delicatamente la mia, quasi a darmi una spinta per
incoraggiarmi a fare di più.
Ha nel cuore una fiducia illimitata nei miei confronti, perchè io sono
il dottore bianco, e quindi, nel suo immaginario, io sono più o meno
un semidio che sa e può tutto.
I suoi occhi esprimono terrore alla vista del suo piccolo, speranza
quando carpiscono dal mio volto qualche segnale di speranza, e totale
abbandono nelle mie mani che si muovono veloci sulla sua creatura:
dove potrebbero andare se non da me? Chi potrebbe aiutare il suo
piccolo se non il medico bianco?
Segue le mie dita mentre pompo ossigeno nei polmoni del suo bimbo;
accompagna le mie mani mentre iniettano un farmaco in vena o premono
ripetutamente sul piccolo torace per il massaggio cardiaco.
La mamma sta sempre in silenzio: non parla e non chiede, quasi a non
rovinare la sacralità delle mie azioni.
Quando ce la faccio a salvare il piccolo, la mia gioia è tutta
interiore: vorrei abbracciare quella mamma che si è fidata di me così
tanto, ma la cultura locale me lo impedisce. In quei momenti  di gioia
solenne, mi devo aspettare un grazie fatto di un timido sorriso
accompagnato da uno sguardo pieno di affetto. Poche volte dalle sue
labbra affiora la parola “grazie”, ma la riconoscenza la avverto in
tutte le sua membra, mentre le cosegno il piccolo e lo deposito tra le
sue braccia accoglienti.
Quando non ce la faccio nella mia battaglia per la vita e vince la
morte, gli occhi della mamma dapprima vagano sperduti fissando
dapprima il mio volto e poi quello del bimbo: non riesce a capire come
possa essere successo quanto in cuor suo già percepisce! Io snono il
dottore bianco e quindi nel suo immaginario io sono onnipotente: non
può quindi essere vero quello che l’evidenza le suggerisce. Il bimbo
non può essere morto!
Cerca di catturare il mio sguardo per cogliere la verità nei miei
occhi: normalmente mi basta guardarla  intensamente per un attimo per
trasmetterle tutto il mio sgomento ed il mio senso di fallimento. Lei
capisce anche prima che io parli. Qualche volta ha il coraggio di
abbozzare la tremenda domanda: “è morto?”, ed a me basta annuire con
il capo, senza proferire verbo. Solitamente piange e singhiozza in
modo sommesso: non urla e non fa scene. Capita che voglia toccare il
bambino e poi si ritira chiusa nel suo dolore.
Poche piangono forte e si disperano. Per lo più c’è una disperazione
silenziosa e colma di dignità.
Quanto affetto passa tra i miei occhi e quelli delle mamme da noi ricoverate!
Quanto dolore e quante gioie riusciamo a condividere in silenzio
attraverso i nostri sguardi!
Quanto rispetto vorrei essere capace di trasmettere a questi giganti
d’umanità che sono le nostre mamme, così fragili ed indifese, ma
anche così forti e dignitose!

Fr Beppe Gaido

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